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Giorno: 07/12/2020, 11:59:22
Doping scacchistico nell'era preinformatica
Per introdurre cosa fosse il doping scacchistico nell’era preinformatica, e molti giocatori di scacchi odierni cosi' informatizzati stenteranno a credere quanto accaduto, mi piace raccontare qualche storia del passato, nel tentativo di illustrare il contesto storico in cui si giocava a Trieste, ai tempi in cui si giocava nel famoso caffe’ Firenze, vicino ai giardini pubblici. Era un caffè storico che conteneva degli stucchi meravigliosi, attributi all’artista Napoleone Cozzi ed oggi scomparsi per far posto – credo – ad una banca.
Ogni anno, nel mese di dicembre si svolgeva un prestigioso torneo gastronomico a lampo, nel quale si confrontavano i migliori talenti italiani del gioco veloce, tra i quali emergevano numerosi specialisti triestini ed altri talenti tra cui vorrei ricordarne uno sconosciuto, il dentista udinese Rizzo.
La leadership era costituita a quei tempi dai noti maestri Roberto Cosulich e Bozidar Filipovic. Forse non tutti sanno che i triestini godevano nrgli anni ‘60 e ‘70 di vantaggi ambientali ed informativi non comuni e non accessibili a quei tempi per gli italiani, neppure a giocatori professionisti del calibro di Canal, Tatai e Bela Toth.
In primis il vantaggio informativo. Filipovic, essendo croato di origine, conosceva la lingua serba, e pertanto poteva leggere con qualche mese di anticipo l’articolo di fondo dell’Italia scacchistica, che a quei tempi presentava nelle prime pagine una tradizionale discussione monografica sulle aperture.
Pochi sanno che l’Italia scacchistica a quel tempo (l’informatore doveva ancora nascere nel 1967) si limitava a tradurre quanto gia’ apparso sulla stampa serba. Grazie all’apporto nella traduzione di Filipovic, i triestini potevano giocare con qualche mese di anticipo le novita’ sulle aperture che gli italiani avrebbero appreso solo qualche mese dopo dall’Italia Scacchistica. Non si pensi che questa ricostruzione sia anedottica e irrealistica, in quanto va necessariamente contestualizzata ai tempi.
Allora, molto piu’ di oggi, la fede nei libri e nelle novità teoriche era considerata al pari del Vangelo, per cui mi sento anche di dissentire dal pensiero di Spasski, che a quei tempi considerava le aperture null’altro che una fase di gioco da cui occorreva uscire al piu’ presto possibile per iniziare a costruire delle strategie individuali su posizioni “giocabili” e risparmiando preziose energie cognitive (la teoria della fresh mind di Spasski, poi confutata da Karpov che invece si allenò intensamente proprio sulle aperture nel loro match del 1973). Sempre per contestualizzare l’importanza delle fonti informative a quel tempo, l’articolo di fondo dell’Italia scacchistica di Gligoric era considerato proveniente dalla Bibbia degli scacchi, e molti tra i maestri italiani dell’epoca cercavano di ricalcare le linee guida dell’articolo ivi apparso fino a quando la memoria avrebbe potuto assisterli. Era molto comune, anche tra i maestri, giocare delle mosse di apertura senza nemmeno condividerne i presupposti sulla sola scorta del consiglio di “Grandi Maestri” autorevoli come appunto il Gligoric, e che il Filipovic leggeva assiduamente. Il malcapitato Guido Cappello prese una scoppola in un torneo amichevole di preparazione al campionato italiano contro lo stesso Filipovic (alcuni dicono 6-0, altri dicono 9 a 1, non si riuscira’ mai a ricostruire, credo) per l’assoluta inferiorità teorica nelle aperture, sebbene la vittoria successiva al campionato italiano fu propiziata anche da quel fruttuoso, ancorche’ infelice, allenamento.
Quindi Guido Cappello era primo in Italia. Ma secondo a Trieste.
Durante i vari incontri a squadre di gemellaggio Venezia Trieste, oppure nell’ambito della manifestazione Alpe Adria tra formazioni yugoslave, italiane e carinziane, il leader della formazione veneziana Antonio Rosino si meravigliava di quanto fosse profonda la cultura scacchistica delle aperture nelle partite di gioco aperto da parte dei vari triestini, ignorando, appunto, che gli stessi conoscevano gli articoli di Gligoric sulle partite di gioco aperto (Italiana e Spagnola) grazie a Filipovic, ben prima che fossero diffusi in italiano.
In secondo luogo, Trieste era ed è città di passaggio ferroviario al confine di quella che ad un tempo venne definita da Winston Churchill, nel famoso discorso in Usa, la “Cortina di ferro”. In attesa delle coincidenze ferroviarie prima di recarsi a giocare dei tornei in Francia o Svizzera per molti scacchisti dell’Est era era abitudine tramandata con il passa parola l’incontro al circolo di Trieste per giocare qualche lampo con i vari Gioulis, Kovacic, Da Veglia, Battisti, Rupeni, Olivtto, Filipovic, Seleni.
Altri scacchisti inoltre portavano settimanalmente le loro mogli a compiere acquisti di jeans, sapone, scope, materiale per la casa, etc. e nell’attesa del ritorno passavano anch’essi l’intero pomeriggio a sfidare i valenti lampisti triestini. La passione per gli scacchi era per loro indubbiamente piu’ attrattiva dell’idea di procurarsi della merce di sussistenza che nel loro paese mancava, per le note difficolta’ economiche che a quei tempi erano presenti in Jugoslavia.
Ricordo tra i nomi meno noti del litorale adriatico che passavano regolarmente a Trieste per gli acquisti dei beni di consumo delle mogli solo alcuni tra i piu’ forti giocatori di allora, poco conosciuti: Marjan Slak, della forza di un maestro internazionale italiano, Ivan Nemeth, e Josip Rukavina, eccezionale stratega piu’ votato alla didattica che alla lotta, ma capace persino di battere Korcnoj e Tal ad un interzonale.
i giocatori di frontiera con conoscenza di lingue diverse (Micheli il tedesco e Filipovic il serbo) godevano all’epoca di vantaggi ambientali ed informativi non comuni e non accessibili alla parte dei giocatori italiani, rispettivamente la lettura della SchachWoche Wiener Zeitung e dello Sahovski Glasnik. Micheli stesso, che godeva indubbiamente di questi vantaggi informativi, è stato tutt’altro che un teorico di vaglia al pari di Tatai, in quanto si limitava a sbirciare tra le riviste tedesche unicamente la novità teorica piccante da poter essere messa rapidamente in campo contro i giocatori italiani che presumibilmente non la conoscevano. Similmente, Filipovic era molto preparato sulle sole partite di gioco piano e di gioco spagnolo (come avevo scritto) per l’assidua lettura degli articoli di Gligoric in lingua originale, ma egli era del tutto carente sulle altre aperture. Nel tentativo di evitare la teoria pare sia stato Filipovic stesso ad introdurre la strategia della mossa di Alfiere 3. Ab5 nella siciliana alla terza mossa poi ripresa con successo da un altro giocatore triestino molto noto, il prof. Franco Rupeni nei campionati italiani.

Questo era il livello tecnico degli anni 60 e degli anni 70, in un contesto che ora pare lontano anni luce con la crescita esponenziale dell’informazione libera ed accessibile a tutti.
Se qualcuno possedesse ancora informatori dell’epoca, troverebbe che dei grandi maestri di vaglia nel commentare le loro partite assegnavano punti di domanda oppure esclamativi già alle prime mosse. Ad esempio, un punto di domanda per la cessione del centro:
1e4 e5
2Cf3 d6
3d4 ?!
e tali giudizi sommari simili, che oggi nell’era informatica ci fanno sorridere, venivano approvati da una tecnical peer review composta da un comitato tecnico di assoluto valore mondiale, tra cui ricordo il GM Aleksandar Matanovic e altri illustri GM belgradesi.
Infine un aspetto non secondario era costituito dall’effetto sorpresa: una novità teorica giocata negli anni 60-70 non sortiva lo stesso effetto di una novità teorica giocata negli anni 90-2000 …--> 2020, soprattutto se accompagnata da una veloce giocata senza tempi di riflessione. A livello magistrale nella pratica di giocatori oltre 2600 oggi si tende a considerare la novità teorica come un semplice tentativo di giocare una mossa pokeristica, un tentativo di intorbidire le acque. E’ noto dall’insegnamento che traiamo dalle dichiarazioni di Kramnik (“i computer hanno dimostrato che il gioco è patto, dannatamente patto”, in quanto il dubbio di Zermelo, e di Kuhn, se negli scacchi esista o meno una strategia vincente pare una questione oramai divenuta assai remota) che qualsiasi novità teorica in una posizione considerata patta dai computer e di cui il giocatore è a conoscenza non può modificare l’esito finale di parità. Se oggi un gioctore professionista conosce che la posizione è considerata +0,00 o valori simili non può intimorirsi da alcuna novità teorica inattesa: si metterà d’impegno e troverà la confutazione direttamente sulla scacchiera.
Negli anni ’60, ai primordi della conoscenza epistemologica del gioco attraverso la rilettura successiva dell’information technology, non si sapeva ancora che tutte le posizioni di parità erano davvero patte: qualsiasi novità teorica sufficientemente convincente di primo impatto instillava il dubbio parte a chi subiva la novità teorica che la posizione potesse essere considerata già persa.
La mia personale interpretazione del ruolo delle novità teoriche negli scacchi nell’era preinformatica riesce a dar conto in maniera sufficientemente esaustiva e completa di ciò che è stato un autentico cruccio da parte dei commentatori ed analisti odierni, ovvero perché il livello di resistenza negli anni ’60 anche da parte dei più forti GM era così basso rispetto al livello di resistenza odierno offerto. Ricercare la vittoria ad ogni costo oggi comporta la necessità di un gioco molto preciso oppure di rischi che negli anni ’60 non erano necessari.

Basti guardare alle partite di Bobby Fischer contro gli avversari di allora: la resistenza offerta da molti GM nel periodo 1970-1972 è del tutto inattuale; al più piccolo cedimento della posizione costoro si scoraggiavano e Bobby Fischer conduceva facilmente in porto ogni vittoria senza correre rischi eccessivi e senza nemmeno la necessità di forzare troppo.
Giorno: 18/05/2021, 09:28:11
Link sponsorizzati
Giorno: 07/12/2020, 13:49:52
Il concetto di "livello basso di resistenza dei giocatori di vertice" nell'era preinformatica non è una mia invenzione, ma è stato introdotto da Garry Kasparov nel 1992, quando ebbe a commentare la prestazione di Spassky nella prima partita del re-match del secolo, una partita spagnola nella quale il gioco dell'ex-campione del mondo russo fu assai remissivo. Garry rafforzò la critica a Spasskj di non essere particolarmente combattivo in posizioni inferiori (tutt'altro comportamento rispetto a Korcnoj o Karpov) anche in seguito, quando nel libro "I miei grandi predecessori" critico il suo stile remissivo in un Gambetto di Donna, partita che poi perse da Fischer quasi senza combattere.

Secondo me, Kasparov omette di specificare che la scarsa resistenza offerta, anche da campioni del mondo, di fronte all'incalzare di Fischer fu un fenomeno tipicamente pre-informatico, quando non si era in grado di formulare giudizi oggettivi sulle posizioni e qualunque mossa giocata dal campione americano poneva gli avversari in una difficile situazione psicologica.

Anche delle mosse banali giocate da Fischer in assenza di giudizi informatici finivano per essere considerate delle mosse geniali.

Porto un esempio recente.







[FEN
r4k2/r2b1ppp/p4n2/2NpR3/1P6/3B1P2/P5PP/R5K1 w - - 0 22]



In un libro con copertina rossa dal grande Mario Monticelli, forse il primo libretto di scacchi apparso in casa mia, titolato :"Fischer vs. Spasski, la sfida del secolo" a proposito della famosa mossa di Fischer contro Petrosian "Cavallo mangia alfiere d7" il commento del grande giornalista veneziano fu: " una mossa del genere la gioca o un dilettante, che va a privarsi di un cosi' forte cavallo, o un Campione del mondo"



Abbiamo oggi, grazie ai computer, la risposta definitiva, quella mossa butta via la vittoria.
https://de.chessbase.com/post/loesung-des-endspielraetsels-war-fischers-22-sxd7-ein-fehler <https://de.chessbase.com/post/loesung-des-endspielraetsels-war-fischers-22-sxd7-ein-fehler>

Il merito della vittoria di Fischer non va attribuita alla genialita' di quella mossa dilettantesca, ma alla scarsa resistenza offerta da Petrosjan che non poteva ai suoi tempi contare sull'ausilio delle valutazioni oggettive dei computer di cui i giocatori moderni godono.
Giorno: 07/12/2020, 20:05:40
Bei tempi, quelli! dho.gif

C'era ancora un residuo di Romanticismo scacchistico rispetto alle tantissime aride patte di oggi.

Effettivamente il mito di Bobby negli anni a cavallo del 1970 era talmente forte che al minimo piede in fallo i suoi avversari finivano per franare rovinosamente.

Quando iniziai a giocare, le sue mitiche 60 partite erano la mia Bibbia personale e il dogma dell'infallibilità delle sue analisi sembrava davvero oro colato!

Ma il livello generale del nostro gioco migliora con l'accumularsi delle conoscenze; risalendo la storia di oltre un secolo, rimasi inorridito dalle tantissime sviste commesse da entrambi gli sfidanti quando, con l'aiuto degli sgangherati motori di oltre un quarto di secolo fa, ebbi modo di analizzare per la prima volta le partite del celebre match fra Morphy e Anderssen del 1858.
Eppure si trattava dei due celebratissimi Proto Campioni del Mondo! dho.gif

Evidentemente anche il più grande campione va valutato rispetto alla sua epoca: come ebbe a dire ancora Kasparov nel '92 commentando il Re-match fra Fischer e Spassky: "Nel '72 Bobby era 10 anni avanti rispetto a tutti gli altri, oggi è rimasto 10 anni indietro ..." dho.gif

ciao.gifciao.gif
"TB or not TB..."
Giorno: 07/12/2020, 21:58:30
Una lucida e interessantissima fotografia di quegli anni. Grazie per questo bel contributo che oltretutto stimola più di una riflessione sugli scacchi attuali.
Sono una carota in cerca di sè stessa...
Giorno: 08/12/2020, 10:05:27
L'altro tema del doping scacchististico che vorrei ricordare è quello delle buste con gli arbitri Diena, Piccinin, etc. di cui molti di voi non sapranno nemmeno l'esistenza.

Avrei degli aneddoti incredibili da raccontare sulle buste.

Lo farò con un nuovo 3d
Giorno: 08/12/2020, 10:15:46
Continuo invece sul tema del doping informatico.

Se penso ad un talento irrealizzato degli anni 60 e 70 sicuramente il pensiero va ad un giocatore poco conosciuto di Gorizia, un mio amico matematico, di professione professore di matematica nei licei, di assoluto spessore agonistico per la sua concezione ultradinamica degli scacchi.

Casomai alla fine della lettura vi svelero’ il nome.


Dicevano che i suoi limiti tecnici nella conduzione dei finali di Torre erano talmente impressionanti che ci si poteva scambiare la scacchiera e riuscire a condurre la vittoria con entrambi i colori. In compenso era un ottimo finalista in tutti gli altri tipi di finale, a condizione che fosse riuscito a mantenere le Regine nel corso della partita. Nei finali di soli pedoni, dove era necessario unicamente il calcolo matematico, questo professore di matematica si dimostrava una vera forza della natura.
Ma piu’ stupefacenti ancora erano le sue carenze di studio nelle aperture, dove cercava di improvvisare fin dalla seconda o terza mossa, in accordo alle teorie del suo concittadino il famoso ed ultraoriginale maestro Giuseppe Laco di Gorizia, il quale ha da sempre sostenuto che la partita di scacchi inizia dalla prima mossa (o dalla seconda, se la prima fosse conosciuta nei libri).

Negli anni d’oro di fine anni 70 questo prof. di matematica riusciva a supplire alla mancanza assoluta di conoscenza dei finali di torre e di aperture (contenute nei libri che per principio non ha mai voluto aprire) con il suo mirabile talento combinativo e la sua fantasia nella conduzione di attacchi che nascevano dal nulla, come il solo Mariotti – credo – in quegli anni era capace di fare.

Non avendo mai avuto la minima voglia di studiare la teoria delle aperture, l’inevitabile per lui arrivo’ quando nei vari campionati italiani tutti iniziavano a dotarsi di floppy flessibili di Chessbase su Armstrad

Dopo Agnano 1981, nel campionato italiano che concluse agli ultimi posti, si rese conto che gli scacchisti italiani imparavano ad allenarsi contro le aperture di giocatori specifici e non piu’ alla ricerca di aperture consone al proprio stile di gioco.

Triste

L’appiattimento tecnico dei giocatori italiani inizio in quegli anni e si sviluppo negli anni 90 con l’arrivo dei motori di gioco come Friz, Mchess e Chessgenius. Giocatori creativo che cercavano di improvvisare fin dalle prime mosse della partita rimasero gli ultimi esempi degli scacchi romantici di un tempo in una nuova era di completa omologazione.

Considero il mio amico essere stato per alcuni anni tra i migliori giocatori italiani non semiprofessionisti e di lui si ricorda un coraggioso campionato italiano del 1977 condotto alla garibaldina con inusitata proiezione all’attacco, in cui, oltre alla vittoria su Toth, patto’ con Tatai, sconfisse Taruffi e riuscì a creare una posizione stravinta contro Mariotti in un finale con la qualità di vantaggio, in cui, denunciando i suoi gia’ citati limiti tecnici nei finali elementari, riusci’ alla fine addirittura a perdere.

Mi ricordo esattamente quando avvenne. Apprendemmo la notizia dal quotidiano locale Primorski Dnevnik circa la sua partita sospesa contro Mariotti con la qualita’ di vantaggio. Quella notte tutti festeggiammo in anticipo la vittoria sul piu’ titolato giocatore italiano, dimenticandoci quanto inconsistente fosse nei finali di Torre …

Per quanto riguarda l’handicap a livello magistrale di una preparazione superficiale, il maestro italiano che negli anni 70-80 avesse preferito evitare di studiare le aperture avrebbe potuto ancora rifugiarsi nelle varianti minori selezionate, come un po’ faceva anche lo stesso Bent Larsen contro i russi.

Come accaduto con il danese che via via trovava giocatori sempre piu’ preparati a giocare contro di lui con preparazioni metodiche e specifiche come se fossero degli abiti confezionati su misura, anche per il mio amico professore di matematica gli anni 80 segnarono l’arrivo di una nuova generazione di giocatori che iniziava a formarsi con il programma Chessbase su floppy disk nero flessibile, con i primi portatili a doppio floppy (uno conteneva il programma di Wullenweber, l’altro i dati delle partite). Al campionato italiano del 1981 si trovò demotivato a giocare contro dei ragazzi che avevano sviscerato completamente il suo approccio “pokeristico” delle aperture.

Il disappunto che egli incontrò all’epoca contro questo tipo di preparazione è simile al disappunto che Garry Kasparov ha raccontato di recente nel suo pregevolissimo libro “Deep Thinking”, quando nell’ultima decisiva partita il computer gioco la mossa preinserita il mattino stesso da Illescas nel libro di
aperture di Deep Thought “Cavallo mangia pedone e6” e che gli costo’ la sconfitta, quando Kasparov venti anni dopo ora ci racconta che aveva giocato la provocazione a sacrificare convinto che il computer avrebbe ritirato il cavallo nella casella e4.

Ad imperitura memoria si ricorderà di lui quando si ritiro’ per lunghi anni dagli scacchi, la sua signorilità e la sua sportività nell’accettazione dei tempi che erano cambiati con l’informatica attraverso una famosa frase enfatica.

Venne rivolta ai giovani della nuova leva di studiosi delle aperture preparate specificatamente contro il giocatore, come un sarto prepara il vestito sul cliente ..


“Voi libri…”
Giorno: 08/12/2020, 10:16:09
Per la necessità di un inquadramento storico, va detto che fu il MI Ferdinando Braga a diffondere nel nostro paese l'uso dell'informatica negli scacchi, già presente massicciamente in Germania ed in Inghilterra, ma del tutto sconosciuta, ad esempio, in Yugoslavia.

Io stessi chiesi ad un 2600 di Elo yugoslavo negli anni 90 se utilizzasse il computer ed egli mi rispose che non sapeva nemmeno accenderlo.
Giorno: 08/12/2020, 10:16:35
Secondo me, a livello dilettantesco (diciamo da M.I. in giù) si spreca troppo tempo sulle aperture, a discapito dello studio del medio gioco e del finale.
Al contrario di un professionista, un dilettante ha un tempo molto limitato da dedicare al gioco (principalmente da lavoro e famiglia, ma anche dagli altri interessi) quindi andrebbe usato più razionalmente.

Giocando on-line (principalmente blitz da 3 min., a tempi più lunghi si gioca quasi sempre contro Stockfish, il doping dell'era attuale) trovo sempre avversari preparatissimi sulle aperture, ma che poi crollano miseramente appena si passa alle fasi successive. Se poi si entra in qualche linea "inferiore", ma inusuale, se ne vedono di tutti i colori.
Sono una carota in cerca di sè stessa...
Giorno: 09/12/2020, 21:32:27
Veramente un bel documento storico sullo scacchismo anni '60/70, ricco di fascino e molto descrittivo nei particolari.

Ciò nonostante però, mi sfugge il nesso del contenuto del post dal punto di vista del doping...
Per doping sportivo si descrive quella situazione dove un atleta(in questo caso uno scacchista), fa presunto uso di sostanze che gli "aumenterebbero" le prestazioni fisiche(del cervello nella fattispecie) in modo tale da avere un qualche vantaggio verso gli altri concorrenti di una competizione.
Ma qui se ho capito bene si tratta di articoli su presunte novità teoriche scritte su riviste di scacchi che vengono a conoscenza di scacchisti(nel caso di Filipovic mi sembra) in anticipo rispetto ad altri che invece ne ignorano l'esistenza...E quindi dove sarebbe il tentativo di doping?
Forse si riferisce al "cheating"? Ossia una specie di presunto imbroglio usando "aiuti" esterni?
Ma qui mi sembra che non si tratti nemmeno di questo.
Alla fine che Filipovic e i Triestini avessero semplicemente studiato novità teoriche portate da Gligoric o da altri e prima di altri non mi sembra onestamente un tentativo di barare...
Si tratta solo di preparazione teorica VANTAGGIOSA rispetto ad altri, ma in realtà PRESUNTA.
D'altronde il gioco degli scacchi è un gioco di ricerca continua come nella scienza, anche se in maniera puramente confinato a se stesso, in quanto si eseguono principi e non leggi fisiche o matematiche...
Che i Triestini dell'epoca fossero avvantaggiati sulle aperture di quegli anni non vedo in che modo avrebbero dovuto costituire un problema nel caso essi avessero affrontato avversari magari più abili nel mediogioco o nel finale...
Comunque rimane un bel documento storico di quegli anni. Mi affascina molto e spero che lei ne scriva anche degli altri.
ciao.gif
Giorno: 10/12/2020, 14:17:19
Preciso che il "doping" nell'era preinformatica non riguardava chi leggeva novita' teoriche che apparivano su varie fonti editoriali, come potevano essere, ad esempio, i giocatori altoatesini che leggevano riviste tedesche i cui contenuti non sarebbero stati mai localizzati in Italia.

Riguardava invece chi leggeva in anticipo le stesse fonti in una lingua straniera ed era a conoscenza del fatto che le stesse novita' teoriche sarebbero state lette da italiani sull'unica rivista allora disponibile, cioe' l'Italia Scacchistica di Giovanni Ferrantes e avrebbero potuto essere frequentemente giocate sulla presunzione che quanto scriveva Gligoric era da prendersi per oro colato, in assenza, allora, di engine che potessero mettere in discussioni i contenuti.