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Giorno: 26/05/2018, 10:43:39
Tutto bene, ma forse, come mi ricorda il mio amico Luca De Biase, «la premessa della deficienza artificiale è la deficienza umana». Condivido. (Albitex)

Buon giorno Albitex,
ho frainteso come altri utenti che fosse allineato e approvasse una puttanata del suo "amico De Biase".Bravo e complimenti, le fa onore tenersi fuori da un nonsense idiota.

Quanto nel mio intervento "fumoso", devo precisare che è il compendio di un pensiero che appartiene ahimè ad altro.
Ho riportato una parte del pensiero, già più articolato nella dialettica, di un mio amico che frequento da tanti anni e che si chiama Emanuele.

Emanuele, a cui piace che lo si inviti a cantare (" Cant immanuel, cant, cant!" Lo esortano altri amici che frequentano come lui l'accademia "il Liceo"), ha dato un non modesto contributo al gioco degli scacchi e in particolare alla "critica" sulla metodologia degli scacchi posizionali.

E' diventato un mio cruccio non aver semplificato la dialettica ( ammetto, molto astratta) di Emanuele magari con un concetto riepilogativo meno contorto e, comunque, più leggero per il comprendonio.
Penso a una critica diversa e più pratica ma non ho voluto offendere Emanuele, perchè assente dalle puttanate di certi aspiranti visionari.....

Mi faccio soccorrere dal suo commento, e mi accomodo:
Questa volta penso che @myCARtoM non abbia tutti i torti, il suo commento inquadra bene....
Mi aiuta ad assorbire, magari aggiungendo e amplificandoli, altri concetti, a corollario, al commento inquadra bene...., che se opportuno riferirei a Emanuele?
Ah se lei potesse contribuire a che io possa fare una bella figura verso Emanuele! ....E' da tanto che gli chiedo di donarmi la xilografia del '700 che ha sulla scrivania

Cordialità

PS: nel suo ultimo commento ha riportato virgolettato il pensiero di uno che ha palesato gravi problemi esistenziali e imputabile, insieme ad altri tre o quattro nello stesso stato, del "grave disagio giovanile" della generazione del loro tempo
"Chiunque desideri diventare un fuoriclasse deve affinare le sue capacità nell'analisi scacchistica" (M. Botvinnik)
Giorno: 15/11/2018, 07:42:27
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Giorno: 11/07/2018, 15:07:40
Rete neurale DNA
Creata Una Rete Neurale A DNA Che Funziona Come Un’intelligenza Artificiale Biologica

Articolo di Massimo Zito 10 Luglio 2018


Il futuro dell’Intelligenza Artificiale potrebbe sembrare un po' meno "I Robot " e un po’ più "Blade Runner".

I ricercatori del Caltech hanno costruito una rete neurale artificiale fatta esclusivamente da materia organica artificiale. Un giorno, una versione più avanzata della rete, potrebbe potenzialmente diagnosticare malattie, prendere decisioni e persino forgiare i propri ricordi. Per ora, è in grado di categorizzare i numeri scritti a mano, come mostrato in uno studio pubblicato sulla rivista Nature .

Come tutte le reti neurali, imita i processi che avvengono naturalmente nel cervello umano.

“Gli esseri umani hanno oltre 80 miliardi di neuroni nel cervello, con cui prendono decisioni altamente sofisticate: animali più piccoli come i nematodi possono prendere decisioni più semplici usando solo poche centinaia di neuroni“, ha spiegato Lulu Qian, assistente professore di bioingegneria al Caltech:
“In questo lavoro, abbiamo progettato e creato circuiti biochimici che funzionano come una piccola rete di neuroni per classificare informazioni molecolari sostanzialmente più complesse di quanto fosse possibile in precedenza.”

A differenza della stragrande maggioranza delle reti neurali, questa è stata sviluppata in una provetta ed stata realizzata con DNA sintetico. In sostanza si tratta di un brodo organico “intelligente“.

Perché il DNA? I singoli filamenti di DNA sono costituiti sempre dalle stesse quattro molecole (o nucleotidi) – A, T, C e G (Adenina, Timina, Citosina e Guanina). Ciò rende le loro reazioni estremamente facili da prevedere, indipendentemente dal fatto che si siano evolute in modo naturale o siano state costruite in un laboratorio.

Per dimostrare che l’intelligenza artificiale può essere “programmata” in circuiti biomolecolari sintetici, il team ha sottoposto la rete neurale a DNA appena creata alla cosiddetta sfida della scrittura a mano, un test molto più difficile di quanto appaia perchè la scrittura umana presenta infinite variabili individuali.

Invece di usare “scrittura visiva“, il team ha usato una tecnica chiamata “scrittura a mano molecolare“. Ciò significa che la scrittura non ha la forma di un numero o di una lettera. Piuttosto, ogni singolo numero molecolare è composto da 20 filamenti di DNA unici, ciascuno selezionato da 100 molecole che rappresentano diversi pixel in qualsiasi modello 10-per-10, che sono stati mescolati insieme in una provetta. La rete neurale è stata in grado di identificare ogni numero molecolare come una delle cifre tra 1 e 9.

Il primo test cui è stata sottoposta La rete neurale a DNA sintetico, era un modello semplice che richiedeva solo di separare due cifre, 6 e 7: usando il cosiddetto approccio “il vincitore prende tutto” e un tipo di molecola di DNA soprannominato “the annihilator”, l’AI ha identificato correttamente tutti e 36 i numeri scritti a mano che le sono stati sottoposti.

“The annihilator agisce formando un complesso con una molecola di un concorrente e con una molecola di un altro concorrente e reagisce con esse per formare specie inerti e non reattive”, ha spiegato il primo autore e dottorando Kevin Cherry.

“The annihilator elimina rapidamente tutte le molecole concorrenti fino a quando rimane una sola specie competitiva, il concorrente vincente viene quindi ripristinato ad alta concentrazione e produce un segnale fluorescente che indica la decisione della rete“.

Successivamente, è stato provato un test più avanzato che richiede di mettere in ordine nove cifre comprese tra 1 e 9. Di nuovo, la rete neurale lo ha eseguito con successo.

Probabilmente passerà parecchio tempo prima che potremo vedere qualcosa che somiglia anche solo vagamente alle intelligenze artificiali visionarie di Blade Runner ma questo nuovo approccio potrebbe aprire la strada a un futuro in cui l’intelligenza artificiale sarà più organica che meccanica.

“Sebbene gli scienziati abbiano appena iniziato a esplorare la creazione di intelligenza artificiale in macchine molecolari, il suo potenziale è già innegabile“, ha aggiunto Qian.

“Nello stesso modo in cui i computer elettronici e gli smartphone hanno reso gli esseri umani più capaci di cento anni fa, le macchine molecolari artificiali potrebbero rendere tutte le cose fatte di molecole, per esempio vernici e bende, più capaci e più reattivi all’ambiente accrescendone l’efficacia e le funzionalità. È quanto scopriremo entro i prossimi cento anni“.

Questa scoperta potrebbe essere il prologo ad un modo completamente diverso di intendere l’intelligenza artificiale e potrebbe aprire la strada, in un futuro non vicinissimo, alla creazione di esseri viventi sintetici. Insomma, un futuro non di robot ma di androidi.

Blade Runner, appunto.

Fonti: Nature, iflscience
Giorno: 05/08/2018, 14:27:06
image 1683

<< Una rete neurale artificiale non è una struttura, ma un programma o algoritmo di computer che organizza i miliardi di transistor in un computer per funzionare come se fossero neuroni interconnessi in un cervello umano.>>

- Akrain/iStock -
Forbes / Intel rivista digitale su A.I.


- Forbes articolo inglese -
Giorno: 05/10/2018, 12:04:21
Fuffa sull'A.I.
La fuffa intorno all’intelligenza artificiale

Una trovata pubblicitaria di Burger King dimostra quanto siamo ancora confusi e quanto poco sappiamo delle tecnologie che cambieranno il mondo (forse).


(Articolo da il post.it)

*

Burger King, una delle più grandi catene di fast food al mondo, ha preparato una serie di nuovi spot televisivi da trasmettere in prima serata negli Stati Uniti, sostenendo di averli prodotti utilizzando sistemi di intelligenza artificiale (AI).
Per stessa ammissione di Burger King, in realtà gli spot sono stati pensati e realizzati da pubblicitari in carne e ossa, allo scopo di prendere in giro le grandi aspettative e attenzioni di cui godono le AI negli ultimi tempi, con risultati a volte discutibili.

Gli spot di Burger King, ingannevoli e apparentemente innocui, colgono un aspetto centrale nel nostro rapporto con le nuove tecnologie complicate e dai contorni ancora molto sfumati, sulle quali è difficile farsi un’idea.
In questo senso l’AI è un caso esemplare: se ne parla di continuo ed è ciò su cui si stanno concentrando i più grandi investimenti nella Silicon Valley e in Cina, eppure c’è ancora una grande differenza tra ciò che leggiamo nei comunicati che celebrano i grandi progressi raggiunti dai sistemi di intelligenza artificiale e le nostre esperienze quotidiane.
Ci sono AI che riescono a battere il campione mondiale del complicatissimo gioco cinese GO, altre che gestiscono i sistemi di guida automatica delle automobili, ma al tempo stesso abbiamo in tasca assistenti virtuali come Siri che ci vengono venduti come intelligenze artificiali, anche se di intelligente hanno ben poco e sono quasi totalmente inutili.
Le percezioni ambivalenti che abbiamo intorno alle AI, e su cui giocano gli spot di Burger King, derivano proprio da una difficoltà di fondo: definire in modo univoco e chiaro l’intelligenza artificiale. Dietro queste due parole si è affastellata una grande quantità di argomenti che vanno dalla pura informatica alla neurologia, passando per gli studi su come funziona cognitivamente il nostro cervello. Generalizzando molto, possiamo dire che: l’intelligenza artificiale è la scienza che si occupa di come creare macchine intelligenti, e che ha trovato nelle possibilità offerte dall’informatica la via più pratica e probabile per poterlo fare.

Il concetto di AI è profondamente intrecciato alla domanda delle domande: come funziona l’intelligenza umana?
Le scoperte sui meccanismi che governano il modo in cui pensiamo, infatti, potrebbero portarci a sviluppare la migliore AI possibile; secondo altri ricercatori potrebbe avvenire esattamente il contrario: svilupperemo una AI molto potente senza comprendere di preciso come funzioni, e questa ci aiuterà a capire come funzionano cervello e conoscenza. Del resto già oggi ci sono moltissime cose che sfuggono alla nostra comprensione, in ambito scientifico, e che però riusciamo a sfruttare perfettamente per ottenere risultati concreti.

Spesso per motivi di marketing, e magari attirare l’attenzione di qualche investitore, ricercatori e aziende promuovono come “intelligenze artificiali” sistemi che a ben guardare non hanno molto di “intelligente”. Lo fanno sfruttando la definizione di AI per sua stessa natura molto sfumata, applicandola come meglio credono ai loro prodotti. Lontani dai loro responsabili marketing e dalle orecchie dei potenziali investitori, praticamente tutti quelli che lavorano nel settore ammettono la stessa cosa: allo stato attuale, l’intelligenza artificiale è stupida. Ma questo non significa che sia inutile.
Ci sono persone molto stupide che eccellono nel loro lavoro.
Qualcosa di analogo avviene con le AI: non possiamo dire che abbiano un’intelligenza generale e articolata come la nostra, ma hanno indiscutibili abilità. Possono per esempio analizzare gigantesche quantità di dati che possono fare da base per l’apprendimento: attraverso l’analisi è la stessa macchina a farsi un’idea delle regole, che sia un gioco in scatola o come si attraversa la strada, e a metterle poi in pratica. Queste e altre soluzioni fanno parte di campi di ricerca e sviluppo molto esplorati in questi anni, e che riguardano deep learning, machine learning e reti neurali. Sono cose diverse tra loro, ma che possono essere utilizzate insieme per ottenere sistemi più o meno raffinati di intelligenza artificiale.

I progressi informatici, con processori e computer sempre più potenti, insieme ai maggiori investimenti hanno portato in questi anni a una notevole accelerazione nella ricerca delle AI. I risultati ottenuti finora sono molto circoscritti, ma fanno ben sperare per gli sviluppi e le innovazioni che potranno portare in futuro. Annunci, articoli di giornale e campagne di marketing hanno portato fuori fase le aspettative: sono diventate molto più alte in breve tempo rispetto a quanto sia concretamente ottenibile dalle intelligenze artificiali. Anche per questo motivo Siri, un cane robot o un’auto che si guida da sola ci appaiono molto più stupidi e banali di quanto in realtà lo siano le tecnologie che li fanno funzionare.
Nel saggio “La farsa dell’automazione”, Astra Taylor si interroga sulle esagerazioni intorno ai progressi raggiunti con robot e intelligenze artificiali.

Nella sua analisi introduce il concetto di “fasullomazione” (“fauxtomation”), ovvero la tendenza delle aziende a promuovere le capacità tecnologiche dei loro prodotti lodandole in modo esagerato.
Un forno a microonde viene definito “intelligente” per il semplice fatto di essere in grado di regolare i minuti di cottura, dopo avere letto il codice a barre del prodotto che sta per cuocere e averlo cercato online. È un modo per vendere più microonde ed è piuttosto innocuo, ma contribuisce a creare un’idea distorta di cosa intendiamo per “intelligente” e dove si sta muovendo la tecnologia.
L’automazione, prosegue Taylor, non è neutrale ed equidistante come si potrebbe immaginare. In diversi settori lavorativi è utilizzata per giustificare condizioni svantaggiose per gli impiegati o per lasciare le cose come stanno. Il concetto di AI viene sempre più usato come minaccia verso i lavoratori che chiedono miglioramenti del loro trattamento, per esempio prospettando loro la possibilità che a breve possa essere una macchina a svolgere il loro lavoro, a costi molto più bassi. È un aspetto molto più pericoloso della “fasullomazione”, che incide sulla qualità della vita delle persone molto di più di un microonde venduto come intelligente, anche se rimane piuttosto stupido.

Il rischio è che in questa fase di transizione verso vere e proprie AI, che secondo gli osservatori sarà piuttosto lunga (almeno un decennio), l’idea fuori dalla realtà di intelligenza artificiale promossa da chi la sviluppa a fini commerciali possa influire sulle decisioni dei politici, e sulle stesse scelte dell’opinione pubblica.
Altri potrebbero utilizzare la “fasullomazione” al contrario, per esempio per dipingere scenari futuri dove le AI sono necessariamente una rovina, allo scopo di trarne benefici nel breve periodo alle elezioni. Un’idea distorta sulle effettive capacità di una tecnologia può portare a scelte sbagliate e costose per tutti. Una nuova tecnologia non è di per sé buona o cattiva, ma può esserlo l’uso che se ne fa.
Giorno: 22/10/2018, 16:52:15
Scacchi e computer - storia
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(Adolivio Capece)
Nel 1968 Edimburgo in Scozia ospitò la prima conferenza internazionale sull’intelligenza artificiale. In quell’occasione due dei promotori, John McCarthy e Donald Michie, affermarono che entro dieci anni un programma di scacchi su computer sarebbe stato in grado di diventare campione del mondo.

Ma la loro affermazione fu contestata dal maestro internazionale David Levy che scosse l’ambiente con una singolare scommessa: scommise infatti 250 sterline, somma che poi venne aumentata a 1250 sterline per l’intervento di altri scommettitori, che nei successivi dieci anni nessun programma sarebbe riuscito a batterlo in un match con partite di gioco da torneo, ovvero con il tempo di riflessione che si usava all’epoca: 40 mosse in due ore e mezza e 16 mosse in ogni ora successiva.

Erano i tempi in cui l’intelligenza artificiale faceva i primi passi.

Il seme era stato gettato da Charles Babbage, matematico inglese (1792 – 1841) che dedicò trentasette anni di vita allo studio delle macchine calcolatrici. Nel 1840, dopo aver progettato il “motore analitico”, decise di dimostrare che esso era capace di ‘cose intelligenti’ scegliendo per test gli scacchi e indicando le regole che la macchina automatica avrebbe dovuto seguire per giocare la partita.

La scommessa fatta da Levy incuriosì e smosse l’ambiente. In particolare la sfida fu raccolta da Dave Slate, Keith Gorlen e Larry Atkin, che si prepararono per l’incontro creando il programma ‘Chess’.

Ma di scacchi su computer si parlò anche in Italia. Ricordo per esempio le prime conferenze sull’argomento fatte a Milano, organizzate da Nicola Palladino con il prof. Marco Somalvico e la allora sua giovane assistente Barbara Pernici (vincitrice di 5 campionati italiani femminili tra il 1974 e il 1981 e poi protagonista di una importante carriera universitaria al Politecnico di Milano) e ricordo la simpatica sfida che vide protagonista nell’ottobre 1975 il nostro mitico Sergio Mariotti che sconfisse nettamente il programma ‘Snark’ realizzato dal maltese Michael Saliba in occasione del congresso della Associazione di Calcolo Automatico di Pisa; fu una vittoria così netta che ricordo che il mio articolo di commento su ‘Il Giornale’ lo intitolai “Il calcolatore pollacchione”.


Charles Babbage, matematico e filosofo londinese
Ma torniamo a David Levy e alla sua scommessa, ricordando che, in attesa di una partita ufficiale, nel 1974 lo stesso Levy organizzò il primo campionato mondiale per programmi su computer.

Arriviamo così all’aprile 1977, quando un primo incontro con Levy, con in palio il denaro della scommessa, venne giocato da Chess 4.5 (ovvero la quinta versione del programma) alla Carnegie-Mellon University di Pittsburgh. Era previsto sulla distanza di due partite, ma dopo la facile vittoria di Levy nella prima venne interrotto. Nei mesi successivi Levy venne sfidato senza successo dal programma russo Kaissa e poi dal programma MacHack.

Arriviamo finalmente alla fine di agosto 1978, ovvero praticamente alla scadenza dei dieci anni della scommessa. Si gioca a Toronto, sulla distanza di 6 partite. Il programma ‘Chess’ è stato migliorato, tanto che l’anno precedente, con la versione Chess 4.6 si era imposto nel campionato del mondo per elaboratori.

Levy affrontò la nuova versione del programma, Chess 4.7. Dopo una vittoria di Levy, la seconda partita finì in parità, sebbene ‘Chess’ si fosse portato in vantaggio con un abile sacrificio di Cavallo: ma poi sciupò tutto giocando molto male il finale. La terza partita fu vinta facilmente da Levy, mentre la quarta venne vinta dal programma, che controbatté efficacemente il Gambetto Lèttone scelto come apertura dall’avversario. Levy vinse poi la quinta partita, chiudendo il match sul punteggio di 3.5 a 1.5, ma ammise che i programmatori avevano fatto passi da gigante e che a quel punto tutto era possibile…