Automi scacchistici: l'inquietante storia del "Turco"

» Personaggi - Inserito da bini il 21/02/2009, 14:29:55

La macchina che gioca a scacchi e vince è la meta ideale dell'uomo da quasi tre secoli. Infatti il desiderio di realizzare una tale macchina non è una moderna conseguenza della realizzazione dei computer, ma è un desiderio che ha radici profonde, la cui scintilla scoccò nel Settecento, quando ci fu quella esplosione scientifica e tecnica che pose le basi della Rivoluzione Industriale.

Di molte invenzioni di allora sfuggì l'importanza pratica con le relative conseguenze di sviluppo e applicazione, anche perchè la mentalità settecentesca era più portata ad apprezzare le realizzazioni in grado di stupire che non quelle in grado di servire a qualcosa.

Ma il momento culminante di tutte queste invenzioni sembrò raggiunto quando venne messa a punto la macchina capace di giocare a scacchi, considerati anche allora il più complesso ed intellettuale dei giochi. "La più meravigliosa invenzione dell'Uomo" la definì Edgar Allan Poe e il giocatore meccanico di scacchi venne battezzato subito "l'Automa" con la A maiuscola. La sua creazione fu anch'essa dovuta alla necessità di stupire. Nella Vienna fastosa e frivola del 1770, alla corte dell'imperatrice Maria Teresa, si cercava di vincere la noia con giochi di prestigio, di magnetismo e di magia. Dopo aver assistito ad uno di questi spettacoli d'illusionismo, l'imperatrice aveva invitato un suo consigliere, esperto in meccanica, idraulica e fisica, per cercare di smascherarne i trucchi. Questi, il barone Von Kempelen, non riuscì affatto nel suo intento e l'imperatrice, delusa dal suo fallimento, lo esortò a creare un gioco specialissimo in grado di far divertire la sua annoiata corte. Ma chi era questo sfortunato consigliere?
Il barone Wolfgang Von Kempelen, era nato a Pressburg, nell'Ungheria austriaca nel 1734 ed era insignito del titolo di "aulico consigliere per la meccanica della casa reale d'Austria". Non era insomma un personaggio qualunque, e certamente rispondeva al modello di uomo che, per quei tempi, si può ragionevolmente definire un inventore, un geniale inventore. Il suo campo di interesse scientifico abbracciava la ricerca dell'automatismo, ovvero tendeva a costruire strumenti, aggeggi, pupazzi (insomma battezziamoli come vogliamo) che, basati comunque su strumentazioni e macchinari artificiali, replicassero in maniera autonoma, per l'appunto, delle attività proprie dell'essere umano e del suo normale discernimento ed esercizio di intelligenza nelle sue normali attività. Infatti il nostro creativo barone si dedicò per molto tempo, con successo tra le altre cose, alla creazione di una bambola parlante che riusciva a pronunciare più di trenta frasi diverse. D'altronde, in questo periodo storico sempre più proto-ingegneri si misuravano nel creare questi strumenti meccanici; le ballerine danzanti al suono delle melodie, i carillon, i pan-armonici (sorta di strumenti che riproducevano contemporaneamente il suono di diversi strumenti in melodia tra loro), i clavicembali automatici che suonavano da soli, e via discorrendo si sprecavano.

Un anno dopo, nel 1770, il nostro Von Kempelen era pronto a presentare alla corte il proprio lavoro. In prima istanza il mistero prese veramente tutti gli astanti della corte; si trattava di un fantoccio, avvolto in abiti orientali (turbante compreso), seduto dietro una scrivania chiusa sul davanti da tre sportelli con due cassetti sul fondo, che fumava dal turbante, proprio come .... Un Turco! Ma si diceva che la particolarità di questo pupazzo era che poteva giocare e vincere al più nobile dei giochi: gli scacchi. Davanti a sè infatti il pupazzo orientale aveva una scacchiera ed essendo un oggetto inanimato la curiosità degli ospiti accrebbe ancor di più. Incredibile la meraviglia ed il successo quando quell'oggetto cominciò a giocare a scacchi con vari avversari scelti in persona dalla sovrana e trionfò in tutte le partite dimostrando di saper decisamente vincere. Ma che cosa era realmente questo oggetto? "Magia", "Prodigio della tecnica", "Miracolo divino" ed altre affermazioni simili furono termini che si sprecarono per definire le performance di Kempelen e del suo pupazzo scacchistico.
Il pupazzo d'oriente, come lo si chiamava agli inizi, ma che poi fu semplicemente ed imperituramente battezzato "il Turco", per il fascino ed il mistero quasi inquietante che emanava, aveva già stregato molte persone.

Dopo l'ammirazione e lo stupore destato alla corte di Maria Teresa, il Turco e il suo geniale inventore fecero una trionfale tournèe in tutte le capitali d'Europa ed in Russia, battendo regolarmente tutti gli avversari (compresi i migliori scacchisti dell'epoca). "Il Turco" si esibì a Vienna, in Russia nel 1776, a Parigi (dove fu studiato da Benjamin Franklin) e a Londra nel 1783. Ogni esibizione consisteva in due fasi. Nella prima il padrone dell'automa apriva gli sportelli ad uno ad uno per far vedere agli spettatori il complesso sistema di ingranaggi, fili e rotelle che azionavano l'automa, nella seconda invitava qualche astante a sfidare il marchingegno in una partita sulla scacchiera presente sulla scrivania. Inutile specificare che gli sfidanti venivano regolarmente battuti! La misteriosa creatura del barone Von Kempelen incontrò l'interesse di scacchisti , matematici e personaggi illustri e battè fra gli altri Giorgio III, Benjamin Franklin, Napoleone (che fu sconfitto in 24 mosse!) e Federico II di Prussia. Alcune posizioni di partite disputate dall'automa furono raccolte ed esaminate nelle opere di famosi giocatori di quel periodo, come Giovanbattista Lolli ed Ercole Del Rio. Studiosi, meccanici e persino alcuni maghi esaminarono l'automa alla ricerca di un trucco o di un inganno, ma senza esito. Le particolari fattezze del pupazzo e l'alone di mistero che circondavano la strana macchina di Von Kempelen, fecero nascere leggende e dicerie: c'era chi affermava che la macchina fosse posseduta da uno spirito maligno, mentre altri mormoravano che il barone avesse venduto l'anima al diavolo .... Inutile dire che tutto questo non faceva che accrescere in modo smisurato l'alone di mistero che gravava sulla macchina e la fama di Von Kempelen divenne grandissima.

In seguito alla morte di von Kempelen, avvenuta nel 1784, i figli vendettero l'automa a Johann Maelzel, celebre inventore del metronomo, per l'astronomica cifra di 30 mila franchi. Questi proseguì le esibizioni in tutta Europa fino al 1811, quando lo vendette al principe Eugenio de Beauharnais per una cifra mai dichiarata ma, si dice, scandalosamente alta.

Fu così che chiaramente venne alla luce l'imbroglio! Deluso dalla reale natura dell'oggetto, il principe denunciò Maelzel per truffa e lo ricedette a Maelzel per la stessa somma, volendo indietro i suoi denari.

L'automa infatti, non era affatto un miracolo di tecnologia, bensì una truffa molto ben congegnata: era semplicemente azionato all'interno da un uomo di piccola statura, che si occultava abilmente dietro gli ingranaggi, spostandosi a destra o a sinistra a seconda dello sportello che veniva aperto per non farsi vedere. I movimenti dei pezzi sul tavolo, durante la partita, gli venivano segnalati da piccoli magneti posti al di sotto, in modo che il giocatore potesse riprodurre le mosse su una scacchiera tascabile, e rispondere, poi, manovrando il braccio mobile del Turco per effettuare la mossa di risposta. Per poter vedere, al chiuso, l'operatore aveva una candela, il cui fumo usciva dal turbante della macchina: per non far notare la cosa, il presentatore accendeva due candelabri con la scusa di illuminare la scacchiera. Il punto chiave di tutta l'illusione era che la parte posteriore del compartimento di sinistra rimaneva chiusa: da qui entrava ed usciva l'operatore prima e dopo l'esibizione. Quando il padrone dell'automa ruotava la cassa intorno per aprire ulteriormente parte del busto del fantoccio, stava bene attento a celare la parte cruciale con un lembo del drappo del Turco. Prima dell'inizio del gioco tutte le aperture venivano nuovamente chiuse.

A lungo si nascose all'interno dell'automa un polacco di nome Worowski, che aveva perso entrambe le gambe in guerra, e in seguito il francese Mouret, che prese parte alla truffa nel 1820 a Parigi.

Il povero Maelzel, per non dover saldare il conto ed inseguito dai creditori, fuggì in America nel 1825, continente che egli giudicò più ingenuo della smaliziata Europa. Insieme al Turco partì anche una mingherlina ragazza francese che era l'operatrice del marchingegno e si nascondeva nel manichino o, all'ultimo momento nella cassetta.

Preceduto dalla fama acquisita in Europa e dall'alone di mistero che lo circondava, il Turco ottenne enorme successo anche nel nuovo continente. In terra americana si esibì a Broadway, Boston, New York, Philadelphia, Balltimora, Pittsburg, Washington e Richmond, fino a quando iniziarono una serie di sventure che diedero inizio a quella che i giornali dell'epoca chiamarono pittorescamente "La maledizione del Turco".

Gli impicci capitarono quando due bambini videro la donna che usciva dalla cassa dopo lo show, mentre il deduttivo Edgar Allan Poe, dopo aver studiato l'automa a Richmond, scrisse un articolo in un giornale locale dal titolo "The spoof of the Turk", la truffa del Turco, dove raccontava che c'era una tizia che appariva in sala prima e dopo lo spettacolo, ma mai durante ....

Così il povero Maelzel, pieno di debiti, dovette allontanarsi in tutta fretta dagli Stati Uniti, finendo nell'isola di Cuba dovè morì di febbre gialla durante un'esibizione. Stessa sorte subì le sua aiutante francese sulla nave che la stava riportando in patria.

Prima di morire Maelzel riuscì a vendere l'automa per 400 dollari a John F. Ohl, il quale, dopo molte peripezie, riuscì a riportarlo negli Stati Uniti e a cederlo al museo cinese di Philadelphia, dove fu esposto con grande successo.
Ma non doveva rimanervi per molto, perchè finì distrutto dal grande incendio che devastò la città il 5 luglio 1854.

Si pensa che negli 84 della sua "vita" il Turco abbia ospitato al suo interno non meno di 15 fortissimi giocatori di scacchi.
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