Il GM Averbakh si racconta.

» Altro - Inserito da Albitex il 20/05/2014, 15:03:50

Yuri Averbakh è stato uno dei più forti Grandi Maestri del XX secolo, nonché Arbitro Internazionale, presidente della Federazione Scacchistica dell’URSS fino al 1977 e un divulgatore d’eccezione e specialista dei finali.
È stato autore di numerosi libri, tra i quali la serie in cinque volumi “Comprehensive Chess Endings”, che può a buon diritto considerarsi come la più importante opera sui finali del XX secolo.
Nel testo che segue Averbakh racconta la sua vita scacchistica e le scelte/considerazioni fatte durante la sua carriera.
Testo tratto da “Che cosa bisogna sapere sui finali” di Yuri Averbakh:

Ho imparato a giocare a scacchi all’età di sette anni, ma ne rimasi affascinato solo più tardi, verso i tredici.
Il primo libro che mi capitò tra le mani fu “Il mio sistema” d’Aron Nimzowitsch. È però difficile pensare ad una scelta peggiore! Negli scacchi bisogna imparare prima ad attaccare, e solo dopo a difendersi. Occorre avere una certa maestria nella tattica e solo dopo nella strategia.
Il mio sistema è un ottimo libro, ma non per principianti. È un libro sul gioco di posizione, mentre occorre prima imparare le combinazioni.
Cosicché, è ciò non deve sorprendere, in seguito ho dovuto ristudiare gli scacchi ripartendo da un’altra base.
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Più tardi nel 1935, visitai per la prima volta il Circolo scacchistico di Mosca e là fui abbastanza fortunato di assistere ad una lezione del grande esperto di finali Nikolay Grigoriev.
Questa lezione lasciò su di me un’impressione indelebile. Quando Grigoriev spiegava i suoi studi di pedone, muovendo i pezzi sulla scacchiera murale con le sue sottili e artistiche dita, io sentivo, più che capivo, la grande profondità e bellezza degli scacchi, osservando come questi piccoli pezzi di legno rispecchiassero il pensiero spirituale umano, e come al pari di veri attori, inscenavano spettacoli meravigliosi, capaci di toccare la parte più sensibile dell’animo umano.
Era la percezione degli scacchi come Arte che mi conquistò completamente. Volli quindi capire e studiare scacchi, cosa che iniziai a fare assiduamente.
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Il primo importante successo scacchistico fu la vittoria nel Campionato dei Cadetti dell’URSS (fino a 16 anni). Sebbene tra i partecipanti ci fossero probabilmente ragazzi di maggior talento rispetto a me (come per esempio Mark Stolberg, che incontrò una morte prematura), la mia più ampia comprensione degli scacchi diede i suoi frutti.
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Nel 1939 terminai gli studi d’ingegneria e allo stesso tempo, dopo aver superato i quarti di finale e la semifinale, mi qualificai per la finale del Campionato assoluto di Mosca, dove incontrai alcuni dei campioni più conosciuti. Trovandomi in compagnia così emozionante, persi sette partite di fila, e finii da solo all’ultimo posto. È vero che cerano anche ragioni oggettive per quest’insuccesso: il Campionato coincideva con la mia sessione d’esami, cosicché non avevo abbastanza tempo per la mia preparazione delle partite. Naturalmente ero molto scoraggiato per questo mio risultato e nell’accorgersene, l’arbitro del torneo, mi diede qualche buon consiglio. Mi disse: “Se vuoi diventare un maestro, devi imparare a perdere, devi imparare a resistere alle batoste, tanto da giocare la partita successiva ad una sconfitta come se non fosse successo nulla!”
Ho ricordato questo saggio consiglio per tutta la vita, e ho cercato di seguirlo, anche se francamente non sempre ci sono riuscito.
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Un ruolo decisivo nella formazione della mia personalità scacchistica fu giocato da altri due uomini: Piotr Romanovsky e Benjamin Blumenfeld, entrambi famosi maestri. Romanovsky riteneva che negli scacchi, come in ogni altra forma d’attività creativa, c’è uno scontro d’idee, una battaglia di tendenze diverse. Ogni maestro dovrebbe sviluppare la sua filosofia scacchistica e seguirla. Queste sue parole mi fecero pensare sul mio gioco, determinare le mie attitudini creative e mettere in rilievo quelle idee che intendevo sviluppare nelle mie partite. Blumenfeld diresse la mia attenzione sugli aspetti psicologici degli scacchi. Egli insisteva sul fatto che gli scacchi sono giocati da persone umane, ciascuna con il proprio carattere e il suo tipo di mentalità, con virtù e difetti differenti. Nella lotta sulla scacchiera bisogna imparare a sfruttare tutto questo, bisogna essere in grado di creare quelle situazioni in cui le proprie qualità e il personale talento possano esprimersi ad un grado più alto delle qualità e del talento dell’avversario.
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Dopo avere ottenuto il titolo di Maestro, per cinque anni tentai di conciliare il lavoro d’ingegnere con la partecipazione ai tornei di vario livello. Tuttavia, alla fine degli anni ’40, dovevo considerare il mio futuro, ero ad un bivio. Avevo un interessante lavoro di ricerca da ingegnere, e la dissertazione era in via di sviluppo. Negli scacchi ero diventato campione di Mosca, e avevo raggiunto la finale del Campionato dell’URSS, pur non avendovi poi ottenuto un gran risultato. Non potevo non avvertire la sensazione che dal punto di vista creativo ero in “surplace” negli scacchi: tempo per il miglioramento – e anche per la preparazione ai tornei – in pratica non ne avevo a disposizione. Stava diventando sempre più ovvio che il tentativo di sedere contemporaneamente su due sedie non prometteva molto: il lavoro interferiva con gli scacchi, e gli scacchi con il lavoro.
Dovevo fare una scelta, e optai a favore degli scacchi. Decisi di lasciare per un po’ il lavoro per tentare di diventare Grande Maestro, e per portare il mio gioco ad un livello più alto. A quei tempi diventare Grande Maestro era molto più difficile d’oggi. Per farlo io dovevo anzitutto finire tra i primi quattro nella semifinale del campionato dell’URSS. Vi riuscii. Il passo successivo era il 19° Campionato dell’URSS, che era contemporaneamente un torneo zonale di qualificazione per il Campionato del mondo. Riuscii a terminare tra i primi cinque, guadagnando il diritto a partecipare al Torneo Internazionale, dove divenni Candidato al titolo di Grande Maestro.
Il torneo dei Candidati fu l’avvenimento più significativo della mia carriera scacchistica. Mi preparai in modo molto approfondito, ma la mia esperienza pratica al riguardo era bassa, e ciò ebbe rilievo nel risultato finale. Per altro verso un paio di mesi dopo, con un punteggio eccezionalmente alto (nella storia di quel torneo solo Botvinnik aveva fatto meglio), vinsi il Campionato dell’URSS.
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Con la nomina a Grande Maestro cominciai a partecipare regolarmente ai tornei, ma interruppi definitivamente il mio lavoro scientifico d’ingegnere. Tuttavia, il mio carattere da ricercatore mi diresse ad intraprendere uno studio serio sul finale, quella fase della partita dove i pezzi combattono individualmente l’uno contro l’altro. Da principio pubblicai parecchi articoli, dopodichè pensai ad un libro dedicato a ciascun diverso tipo di finale. Non essendo in grado di portare avanti un simile lavoro da solo, misi insieme un piccolo gruppo di maestri, e ci mettemmo al lavoro con entusiasmo. Dopo uno studio sistematico sui finali in cui nessun colore ha più di un pezzo (oltre al Re), inizialmente ebbi l’idea di procedere ai finali con diversi pezzi, ma grazie a Dio mi fermai in tempo. Mi fu chiaro che un tale lavoro avrebbe ucciso gli scacchi, trasformando la partita in una comprensione in cui a vincere non sarebbe stato chi gioca meglio, ma chi possiede più nozioni. Inoltre questo lavoro prolungato sul finale ebbe effetti negativi sui miei successivi risultati agonistici. Dopotutto l’energia creativa di un uomo non è illimitata.
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Quando terminai di studiare il finale, la mia passione per la ricerca mi fece passare ad un altro argomento interessante: la storia degli scacchi, che è piena di territori inesplorati. La soluzione di tanti suoi misteri è un obiettivo non meno eccitante della soluzione di vari problemi sulla scacchiera.

Ho dedicato una lunga vita agli scacchi, e non sono stato soltanto giocatore, ma anche allenatore, arbitro, giornalista e scrittore. Ho ricoperto incarichi nella federazione scacchistica del mio paese e anche in quella internazionale. Sono eternamente grato al gioco del Re per avermi donato tanta gioia, la gloria della creatività. Mi piace ripetere le parole di Siegbert Tarrasch: “Gli scacchi – come l’amore e la musica – possono far felice l’uomo!”
- Yuri Averbakh -
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Commenti

  1. Utente: Luigi335

    24/06/2014, 11:30:53

    Purtroppo la mia copia di "Cosa bisogna sapere sui finali" (Sansoni Editore), che risale al lontano 1986, ed ha le pagine già ingiallite dal tempo, è priva della prefazione autobiografica di Averbach (al suo posto c'è una presentazione curata dal MI Roberto Messa); perciò ti ringrazio doppiamente per averla riportata sul nostro sito!
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