Cinque semplici pagine in pdf che considero un vero e proprio compendio sulle tappe da seguire per migliorare nel nostro gioco.
Ne consiglio caldamente la lettura a tutti quanti.
Bini
Che cosa vuol dire imparare?
La frequenza a corsi e lezioni di scacchi si giustifica con il desiderio di imparare concetti, principi, tecniche e altro ancora, al fine di riuscire a giocare meglio a scacchi. Ma con questo articolo vorrei spostare la vostra attenzione sul concetto stesso dell’imparare, un concetto il cui approfondimento ha una grande rilevanza pratica.
Se dell’imparare si ha una nozione debole, è chiaro che anche l’apprendimento sarà debole e i risultati insoddisfacenti. Cerchiamo dunque di esaminare la questione un po’ più da vicino, così che al termine di questo scritto potrete avere un’idea più precisa di ciò che dobbiamo fare per arrivare agli obiettivi che ci siamo prefissi.
Imparare è un evento elementare o complesso?
Con la parola “elementare” qui non intendo “semplice”, contrapposto a “complicato” o “difficile”. Nel contesto del discorso la parola “elementare” ha per noi il significato di non composto, di unitario. Ebbene, nel linguaggio comune l’imparare è implicitamente considerato come un evento elementare: una cosa la sai fare o no. Nel primo caso hai “imparato” e nel secondo no.
Tuttavia questa presunta unitarietà non corrisponde all’esperienza concreta e soprattutto non contempla i vari livelli dell’imparare.
Una volta andai a trovare amici che avevano un figlio di cinque anni. Tra i suoi giochi notai un flauto di plastica, di quelli che si usano a scuola, e poiché in quel periodo mi occupavo di educazione musicale, chiesi al bimbo se aveva imparato a suonarlo. Egli mi rispose di sì, senza esitare neppure un istante, quindi raccolse il flauto e vi soffiò dentro come fosse un fischietto, ricavandone un sibilo acuto e straziante.
“Vedi che sono capace?” mi disse alla fine.
Il suo “avere imparato” certamente non corrispondeva a ciò che la gente intende comunemente con “imparare a suonare uno strumento musicale”. Egli aveva della cosa un concetto assolutamente più povero. Il fatto potrebbe pure apparirci ridicolo, ma io mi chiedo: quanti concetti altrettanto poveri affliggono noi scacchisti?
Quante cose crediamo di sapere solo perché abbiamo dell’apprendimento un concetto troppo elementare e limitato?
I piani dell’imparare
Gli studiosi di tassonomia (una parola impossibile che ha a che fare con gli obiettivi dell’apprendimento) si sono rotti il cervello e dannati l’anima per stabilire quali fossero elementi e livelli dell’imparare. Ovviamente non sono arrivati a conclusioni concordi (e quando mai?), tuttavia, semplificando molto, possiamo individuare alcuni elementi che ci aiuteranno a capire la scala che in un modo o nell’altro dovremo salire.
Si tratta di gradini, che tuttavia non sono semplici pioli da percorrere uno dopo l’altro.
Immaginate piuttosto un palazzo formato di tanti piani (noi ne individuiamo 6). Voi potete salire a un piano e decidere come comportarvi:
a) esplorare accuratamente il piano prima di salire al successivo;
b) dare un’occhiata in giro tanto per vedere che c’è e poi salire;
c) non guardarsi neppure intorno e procedere speditamente al gradino superiore;
d) restare lì e non salire più.
Questi quattro comportamenti vanno tutti bene, ma di volta in volta dovremo stabilire come comportarci a seconda dei nostri interessi e dell’argomento.
Così, ad esempio, se vogliamo imparare ad usare un programma come il Fritz dobbiamo avere alcune informazioni preliminari sulle operazioni elementari del computer (tasti da premere per dare l’invio, saper trovare una cartella, caricare un file, ecc), ma certamente non abbiamo bisogno di dedicare un paio di anni di studio per giungere alla conoscenza del sistema operativo quale può avere un programmatore!
L’errore opposto sarebbe invece quello di non sapere neppure accendere un computer e pretendere di utilizzare i filtri di ricerca avanzata del Fritz.
Il primo piano: la conoscenza
Al primo livello c’è la conoscenza pura e semplice della cosa.
Essa è limitata al sapere che una certa cosa esiste. Ad esempio uno scacchista che sente parlare per la prima volta dello zugzwang o dell’Alfiere cattivo è passato dall’ignoranza a una prima conoscenza. Egli, che non sapeva nulla, ora sa qualcosa di più; sa che esistono cose come lo zugzwang e l’Alfiere cattivo.
Si tratta di una conoscenza ancora molto limitata, ma già importante.
Ora che sa che esistono queste cose, può decidere tre comportamenti diversi:
a) disinteressarsi della cosa, poiché gli scacchi per lui sono un passatempo che non richiede altro che fare una partitella ogni tanto con un amico;
b) andare subito in libreria a cercare un libro sullo zugzwang e avviare uno studio approfondito (magari perché si è trovato in un gruppo di scacchisti superbi che l’hanno umiliato e ora vuole prendersi una rivincita facendo passare tutti per ignoranti la prossima volta);
c) farsi spiegare in poche parole che cos’è lo zugzwang per poi decidere se salire a un livello superiore di apprendimento.
In sostanza il livello della conoscenza è un livello molto basso (e per la maggior parte delle cose è sufficiente), simile alla conoscenza che potete avere del Presidente degli Stati Uniti o della Norvegia. Sapete che ci sono, sapete anche qualche cosa che li riguarda, ma nulla più.
Così sapete che lo zugzwang è una situazione scomoda in cui il danno deriva dal fatto che negli scacchi dovete muovere e ogni mossa disponibile è una cattiva mossa. Se aveste la possibilità di non muovere non vi succederebbe nulla, ma poiché il regolamento non ve lo consente ecco che dovete per forza “farvi del male” con una mossa cattiva.
Lo zugzwang è dunque la stessa situazione di uno in piedi sulla cima di un palo, sospeso su 10 piani di vuoto. Finché sta lì non succede nulla, ma poiché non potrà resistere in eterno il passo che sarà costretto a fare gli sarà fatale…
La conoscenza è questa.
Il secondo piano: la comprensione
Questo è il piano cui si ferma la maggior parte degli scacchisti, soprattutto se abbastanza intellettualizzati, quindi prestatevi molta attenzione.
Aver capito qualcosa significa sapere come funziona e perché funziona. Aver capito lo zugzwang significa che quando qualcuno ne parla o un libro mi mostra una posizione di zugzwang, capisco subito di che cosa parla, capisco chiaramente che chi ne soffre non ha mosse buone…
Addirittura la mia comprensione può essere tale che anche se non mi dicono nulla riesco a riconoscere una posizione di zugzwang.
Rispetto al piano precedente è già un bel passo avanti. Anche qui posso fermarmi su questo piano ed effettuare un’esplorazione in orizzontale per accumulare altre conoscenze sullo zugzwang: chi ha usato per prima quella parola, in quale partita è comparso per la prima volta, esaminare se ci sono stati esempi recenti di zugzwang negli ultimi tornei…
Il problema per molti scacchisti, forse la maggioranza, è che raggiunto il piano della comprensione, ritengono di aver completato l’apprendimento e passano ad altro.
Se soffrite del diffuso difetto di saltare da un libro di scacchi all’altro come forsennati, leggendo avidamente ogni cosa vi capiti sotto mano, e avere con il tempo la sensazione di non migliorare affatto, allora probabilmente il vostro problema è quello di avere un’idea di apprendimento che si ferma al livello della comprensione.
Potete continuare a leggere sullo zugzwang quanto volete, lo comprendete sempre meglio, ma se restate a questo livello il vostro gioco non potrà riflettere ciò che avete imparato.
Il terzo piano: l’applicazione
Un passo avanti importantissimo è quando si passa dalla comprensione all’applicazione.
Questo significa che non vi limitate a riconoscere lo zugzwang (per continuare l’esempio) quando è presente, ma che operate attivamente per realizzarlo: triangolare con il Re, perdere un tempo con le mosse di Alfiere o di Torre, togliere le mosse all’avversario, costringerlo a esaurire le mosse di pedone...
Insomma, è la differenza tra sapere che cos’è una bicicletta (piano della conoscenza), sapere come funziona (piano della comprensione) e sapere andarci a spasso (piano dell’applicazione).
Se volete che il vostro gioco migliori, dovete fare in modo che le cose che avete capito diventino strumenti operativi. Dovete esercitarvi in tante posizioni diverse, finché vi diventi una cosa “normale” applicare correttamente lo strumento cognitivo (lo zugzwang, il principio dell’Alfiere cattivo, l’Attacco di minoranza o quant’altro).
Sono soprattutto gli esercizi ripetuti che vi fanno passare dal piano della comprensione a quello dell’applicazione. Se non perseverate per un buon tempo con gli esercizi, difficilmente raggiungerete il livello dell’applicazione in modo pienamente soddisfacente.
Accanto agli esercizi vi sono poi le partite di allenamento. Anche queste sono un bell’aiuto per giungere all’applicazione.
Se siete arrivati in modo solido a questo piano, siete degli scacchisti pratici di buon livello (almeno per quanto riguarda ciò che avete studiato). Siete dei “tecnici”, non ancora degli “scienziati” né degli “artisti”.
C’è un altro gradino da salire.
Il quarto piano: l’analisi
Analizzare significa scomporre un oggetto negli elementi che lo costituiscono.
Se al livello dell’applicazione il successo è utilizzare in modo corretto lo strumento nelle varie situazioni, al livello dell’analisi il successo consiste nell’individuare quegli elementi, più o meno nascosti, che indicano la possibilità di applicare il principio. Proprio come chi ha imparato ad andare in bicicletta e ora impara quali sono le strade e i percorsi in cui la bicicletta è più adatta.
Ecco allora che, seguendo il solito esempio, utilizzare il principio dello zugzwang sul piano dell’analisi significa riconoscere la presenza di elementi tipici: il trabocchetto nei finali di pedone, la presenza dell’Alfiere cattivo, la presenza del Cavallo cattivo contro l’Alfiere buono, la differenza nel numero di mosse di pedoni tra un colore e l’altro, la posizione ristretta dei pezzi avversari (Re al bordo della scacchiera, pezzi negli angoli, o chiusi in spazi con poche case a disposizione…).
Se dunque il piano dell’applicazione vi dice come applicare lo strumento, il piano dell’analisi vi spiega quando applicarlo.
Come si giunge a questo quarto piano?
Se per l’applicazione serviva soprattutto la frequente ripetizione degli esercizi, per il livello dell’analisi serve effettuare molti esercizi con una grande varietà di posizioni.
La varietà di posizioni aiuta il vostro potere di discriminazione a “distillare” ciò che si trova di comune nella diversità. Comincerete a riconoscere la presenza di certi fattori costanti che rendono applicabile questo o quel principio.
Siamo sicuramente arrivati a un buon livello di apprendimento, ma si può salire ancora.
Il quinto piano: la sintesi
La sintesi è il livello per cui da diversi elementi giungiamo a un’unica determinazione. Si potrebbe dire che se l’analisi era il momento scientifico, la sintesi è il momento artistico del gioco. Utilizzando ancora l’esempio dello zugzwang, arrivate al piano della sintesi quando siete in grado di combinarlo con altri elementi della posizione. Quando insomma lo zugzwang diventa uno strumento di un piano più generale che contempla una molteplicità di fattori.
Ecco allora che, chi è giunto a questo livello, potrà manovrare in modo da effettuare cambi che lascino l’avversario con un pezzo limitato nei movimenti, oppure con un Cavallo sovraccarico, ecc. In queste manovre può utilizzare principi estremamente diversi, strumenti tattici (attacchi doppi, scacchi di scoperta, ecc.) o strumenti posizionali (isolare un pedone, assumere il controllo di una colonna, ecc.). Il tutto per riuscire ad arrivare a una posizione in cui può scattare lo zugzwang.
Gli specialisti della sintesi, nel nostro campo, sono ovviamente i compositori di studi e di problemi, i quali fondono principi anche molto diversi per arrivare alla loro opera d’arte. Tuttavia anche a livello di gioco la capacità di creare delle sintesi significa da una parte riuscire a produrre piani di largo respiro, dall’altra di trovare anche soluzioni artistiche ai problemi presenti sulla scacchiera, combinando idee diverse. È chiaro che per giungere a questo livello gli esercizi sui singoli contenuti di apprendimento non bastano più. Proprio perché si tratta di una sintesi, è implicito che occorre la competenza di più contenuti, ma anche la semplice sommatoria di esercizi diversi non basta. Non è sufficiente esercitarsi, sullo zugzwang, sull’Alfiere buono o cattivo, sui doppi di Cavallo o sugli scacchi di scoperta.
La sintesi ha a che fare con il pensiero creativo ed esso si sviluppa più che con l’esercizio con l’atteggiamento aperto e disponibile al nuovo. Il desiderio di giocare con le cose come fanno i bambini: questo è il segreto per progredire verso il piano della sintesi. Mettere in dubbio ciò che appare certo, cercare modi diversi per fare le cose e non accontentarsi del “si fa così”, saper rischiare decine di sconfitte per provare le idee bizzarre che ci vengono…
Di più non sono in grado di dirvi.
Il sesto piano: la valutazione
Non intendo qui la valutazione della posizione, ma la capacità più generale di esprimere giudizi sui contenuti di apprendimento (lo zugzwang). Se siete dei giocatori pratici questo piano non vi interessa. Potete accontentarvi del precedente (che pure è ottimo). Il sesto piano, il piano della valutazione, è quello che interessa i teorici, gli studiosi come Steinitz, Tarrasch, Nimzowitsch, e molti altri meno noti. Per avere un’idea di ciò che significhi questo piano, provate a leggere quello che Nimzowitsch scrive a proposito delle catene pedonali, o delle Torri sulle colonne. Ovviamente a questo livello non esistono esercizi specifici; ciò che serve è soprattutto una grande capacità di pensare in termini astratti.
Conclusione
Abbiamo esaminato velocemente i sei livelli dell’apprendimento, ma questo scritto non sarebbe concluso senza far riferimento, seppure per accenno, a un fatto importante: nessun apprendimento permane immutato nel tempo. Gli apprendimenti, se non hanno un rinforzo periodico, sono destinati a degradare (si arriva a scordare persino la propria lingua madre se non viene più esercitata). Questo rinforzo all’inizio deve essere molto ravvicinato, poi può essere progressivamente ritardato (i matematici potrebbero parlare di una scala logaritmica). Quando iniziate a svolgere degli esercizi, probabilmente avrete bisogno di ripeterli già il giorno dopo. Poi vi basterà ripeterli una volta dopo tre o quattro giorni, quindi potrete lasciar passare anche un paio di settimane prima di riprenderli, poi un mese, ecc. A essere pignoli e schematici si può anche programmare la ripetizione degli esercizi secondo uno modello del tipo:
1 ripetizione al giorno per tre giorni di fila
1 ripetizione ogni settimana per 3 settimane di fila
1 ripetizione al mese per tre mesi di fila
1 ripetizione ogni sei mesi per 3 volte
Poi basterà anche una sola volta all’anno.
Non importa se gli esercizi vi sono familiari, ripeteteli lo stesso. Quest’ultimo consiglio è molto utile, ma esso non è nulla se non avete alcuna idea di come considerare i vostri apprendimenti.
Spero che questo scritto vi abbia aiutato a mettere a fuoco qualche idea nuova.
Renato
fonte: www.zeitnet .it
danko
19/02/2010, 12:57:36